
“What’s so civil about war, anyway“
(Civil War- Guns ‘n Roses)
Niente.
In una guerra non c’è mai niente di civile!
Perché nella sua atrocità, nella sua assurdità, si lascia indietro Paesi devastati, bimbi orfani e tanti lutti.
Solo dolore, lacrime e sofferenza.
Ed anche chi quei luoghi li aveva amati ed apprezzati, magari durante un viaggio, a suo modo ne soffre…
Perché quelle città, e soprattutto quelle genti, li avevano accolti, aiutati e supportati nelle piccole difficoltà che viaggiare porta spesso con sé.
A noi è capitato con la Siria, un Paese ancora oggi martoriato da una guerra (che di civile ha solo il nome), ma che fu per noi un’esperienza bellissima.
Non sempre facile, ma sicuramente unica, anche grazie a quello splendido popolo che tante sofferenze sta vivendo.
Nell’estate di 10 anni fa eravamo lì, e pochi mesi dopo la guerra. Devastante.
In realtà rischiammo anche di non arrivarci in Siria, a causa dell’infernale traffico di Istanbul (prima tappa del nostro viaggio) e della disorganizzazione dell’aeroporto Ataturk.
Ma riuscimmo a partire, soprattutto grazie ad una buona dose di faccia tosta che ci aiutò a saltare una lunghissima fila e prendere letteralmente al volo quell’aereo!
Aleppo ed un caldo asfissiante ci accolsero in piena notte, in quell’agosto che, a detta anche di molta gente del posto, era particolarmente torrido.
Ed in più, era anche Ramadan, il mese sacro dei Musulmani in cui, tra le altre cose, ci si deve astenere dal bere e mangiare fino al tramonto.
Ulteriore difficoltà, per noi, che avevamo spesso necessita di dissetarci per affrontare il gran caldo.
Aleppo.
Una delle città più antiche del mondo, secondo alcuni studi abitata già 8000 anni fa!
La conoscevo poco, in realtà, e non vedevo l’ora di scoprirla.
Trovare un hotel decente a buon prezzo era stata un’impresa.
Ed alla fine ci accontentammo di uno abbastanza fuori dal centro, ma almeno con l’aria condizionata!
“Cammineremo”, ci eravamo detti.
E così facemmo, sfidando il caldo intenso e rischiando forti insolazioni!
Ma questo ci permise anche di dare uno sguardo più completo alla città, non limitato al solo centro storico.
Era strana Aleppo
Era strano il colore delle case, ad un primo sguardo. Un bianco sporco, polveroso, quasi grigiastro, che non dava minimamente l’idea di curato.
Ma che ben si uniformava col resto del paesaggio, arido e brullo.
Non mi piaceva all’inizio, lo devo ammettere.
Aveva un che di incompiuto, come tanti dei palazzi incrociati nelle sue periferie e che sembravano lasciati a metà.
E poi il caos!
Gente in giro a tutte le ore, macchine, clacson…
Un tipico esempio di città mediorientale che sembra non dormire mai!
Decidemmo di iniziare la nostra visita dal suq, antico come la città ed affollato più di tutti quelli visitati in seguito.
E lì il mio giudizio cambiò. Radicalmente.
Il suq.
Eravamo già stati in Marocco ed Egitto, ma non avevamo ancora incontrato qualcosa di simile. E, per ora, solo in Iran ne ho visitati alcuni che possono reggere il confronto. Ma non eguagliarlo.
Un vero e proprio quartiere al coperto, un dedalo di vicoli che spesso ci facevano perdere il senso dell’orientamento.
Piazze, bar, ristoranti, negozi, laboratori…
Talmente bello e prezioso che l’UNESCO lo aveva dichiarato Patrimonio dell’Umanità.
Ed era anche profumato come nessun altro.
Perché Aleppo era famosa anche per un sapone artigianale, a base di olio di oliva e di alloro, che era, ed è ancora oggi, il suo vanto.
Talmente importante per l’economia siriana, da essere tutelato da leggi statali e la cui produzione è concessa a pochissime famiglie che devono attenersi a standard ben precisi e ad un rigido regolamento.
Ed una parte del suq era proprio dedicata all’esposizione ed alla vendita di questo prodotto eccezionale, che io scoprii in quell’occasione e che non ho più abbandonato.
Entrare nel suq era sempre un’avventura.
A fatica ci si faceva largo tra la folla, ma una volta superata la muraglia umana assiepata intorno alle porte (abbastanza anguste), si apriva un mondo!
Una marea di merci, frutta spezie!
Ovunque negozianti che urlavano per attirare i clienti; uomini intenti in animate conversazioni, tra una tazza di thè e l’altra; capannelli di donne in lunghe tuniche che cercavano di spuntare il miglior prezzo…
Un chiacchiericcio di sottofondo ci accompagnava nelle nostre visite ed era quasi una liberazione, per le nostre orecchie, uscire all’aria aperta. Un sospiro di sollievo, quasi una pausa dai rumori, prima di immergersi nuovamente in quel delirio bellissimo e vitale.
Ecco, se Fez ha LA Medina, Aleppo aveva IL Suq. Il più bello, la pietra di paragone con tutti quelli visitati in seguito. E per me vinceva sempre a mani basse!

Ricordo le contrattazioni nella zona dei gioiellieri, dove si vendevano, tra l’altro, splendidi monili in argento e pietre dure.
Ci spiegavano minuziosamente ogni oggetto, ogni forma, ogni singola provenienza di quelle magnifiche collane.
E, nonostante il Ramadan, ci offrivano sempre una tazza di thè ristoratore. Perché il popolo siriano non era solo composto da Musulmani, ma anche da una minoranza di Cristiani ( ed Armeni). E tutti vivevano in armonia.
La città.
A metà strada tra il Mediterraneo e il fiume Eufrate, Aleppo era stata, fin dall’antichità, un crocevia di popoli, culture e religioni.
Arabi, Cristiani, Armeni, Turchi hanno da sempre convissuto pacificamente in queste terre.
E questa città li ha accolti tutti, indistintamente.
Passeggiare per le viuzze del quartiere Armeno, fermarsi in un negozio arabo oppure visitare una chiesa cristiana.
E tutto con una naturalezza e semplicità che nessuno di noi si aspettava.
Per la prima volta in vita nostra assistemmo anche ad una (parte della) Funzione nella Cattedrale Armena, detta dei Quaranta Martiri: una messa lunghissima, ma intensamente partecipata, perché considerata un importante momento di aggregazione per tutta la comunità.
La visita alla Grande Moschea degli Omayyadi, poi, in un pomeriggio di quell’agosto così torrido, ce la fece apprezzare con una luce intensa, viva.
Ma costretti, come fummo, ad indossare un caftano, avvertimmo anche tutto il calore di quei luoghi aridi.
Perché Aleppo era proprio lì, ai margini del deserto.
E lo si poteva benissimo scorgere, oltre gli alberi, oltre le case, se ci si affacciava da quello che era il punto più alto della città: la Cittadella.
Anch’essa patrimonio UNESCO, era ciò che restava di una imponente fortificazione militare, edificata su una piccola altura.
Vi si accedeva dal lato orientale del Suq, attraverso una piccola spianata assolata, presidiata da simpatici venditori di succo di tamarindo e circondata da bar e caffetterie dove rilassarsi e bere qualcosa di fresco.
Era il monumento più conosciuto della città, un luogo diverso, un punto di vista differente da cui osservarla, brulicante di gente e di vita.
Tolleranza.
Era una delle prime cose che avevo notato: accanto a donne vestite in maniera tradizionale, con caftano e velo in testa, ce n’erano molte altre in abiti occidentali.
Alcune anche in pantaloni stretti e canotta!
Tanto che io stessa, sopraffatta dal caldo, la indossai, senza mai suscitate sguardi di disapprovazione o essere redarguita in alcun modo.
E così, iniziammo a scoprire la grande tolleranza di un popolo che, invece, da noi aveva una pessima nomea.
Orientarsi nei vicoli, angusti e bellissimi, della città vecchia era spesso un’impresa, e facevamo continuamente ricorso alla nostra fida mappa cartacea.
E quando questo non bastava, c’era sempre qualcuno che interveniva per aiutarci, per darci spiegazioni, per portarci direttamente nel luogo che stavamo cercando.
Senza chiedere nulla in cambio, mai una richiesta di denaro!
Sempre sorridenti, quasi riconoscenti che turisti (occidentali) stessero dedicando attenzioni alla loro città. Alla loro terra.
Mille sconti abbiamo ricevuto nei ristoranti perché presentati da qualcuno. Perfetti sconosciuti che garantivano per noi. Bellissimo.
E noi eravamo sinceramente commossi da quell’accoglienza, da tutta quella continua disponibilità.
Al di là di tutto quello che abbiamo visitato, di tutte le meraviglie che ci hanno riempito gli occhi, la gente siriana ha di certo riempito il nostro cuore. Con semplicità e con mille sorrisi.
Ecco perché quella guerra assurda e devastante fa ancora più male.
Perché noi abbiamo “conosciuto” questo popolo, queste persone, la loro gentilezza, la loro dignità.
Ed è lo stesso popolo che negli ultimi dieci anni è rimasto sotto le bombe, rifugiato in case distrutte, ricoverato in ospedali di fortuna, guardando in faccia dolore e morte ogni giorno.
Ma affrontando tutto con la stessa dignità e fierezza che avevamo osservato noi in quel breve viaggio.
E se pensiamo che la Cittadella è andata distrutta, che il Suq è stato incendiato e che tutta la città vecchia è ora solo macerie, beh non può che piangerci il cuore.
Non c’è niente di civile in questa sporca guerra.
Perché nessuno ne aveva bisogno, se non i grandi burattinai.
Ma non certo la gente comune.
Che è soltanto una pedina in affari (sporchi) molto più grandi di lei.
Una ricostruzione delle città, dei monumenti, forse sarà possibile. E forse è già iniziata.
Altra cosa sarà la ricostruzione, difficilissima, della gente, delle singole persone e di tutto un Popolo.
Il turismo sarà un aiuto importante, in questo senso.
E già, prima dell’emergenza Covid, so che alcuni Tour Operators avevano iniziato a organizzare nuovamente viaggi in Siria.
È un buon segno.
Ma speriamo che si possa ricominciare a viaggiare, presto, anche per sostenere popoli splendidi ed in difficoltà come quello siriano.
“I don’t Need One more war.
NO“.



