
Immaginate un’immensa distesa di sabbia, un deserto. Piatto, a perdita d’occhio. Infinito.
In cui branchi di dromedari corrono liberi e timidi cespugli stentano a farsi largo tra caldo torrido e pietre.
Ed in fondo, all’orizzonte, delle case, fatte anch’esse di sabbia. Così in armonia col paesaggio che i nostri occhi stentano a distinguere dove finisce il deserto e dove inizia la città.
Siamo in Iran, quella che una volta era chiamata Persia.
Una terra antichissima e misteriosa, una cultura millenaria, passata attraverso imperi vastissimi e rivoluzioni religiose che ne hanno cambiato aspetto ed abitudini.
Uno dei viaggi più belli, in cui le nostre aspettative sono state ampiamente superate da ciò che abbiamo visto e vissuto in quel mese on the Road, in un Paese stupendo.
Pregiudizi.
Il nostro fu un viaggio di scoperta, certo, ma soprattutto contro i pregiudizi.
Perché l’Iran è uno di quegli “Stati canaglia” fortemente avversati da una parte dell’ Occidente, e sottoposti ad un embargo ingiusto, a causa del regime teocratico che lo governa.
E come sempre, agli occhi di amici e parenti, noi eravamo dei pazzi incoscienti per aver scelto proprio questi luoghi come meta di un viaggio!
Ma a noi importava poco.
Avevamo proprio voglia di scoprirlo, questo Iran così temibile! Anche per sfatarne il mito negativo.
Ed in fin dei conti, anche a me importava poco il dover portare un velo in testa per tutto il tempo. Un Hijab, o anche solo una pashmina, a coprire capelli, collo e spalle.
Perché quella è la legge iraniana.
Un’imposizione assurda e retrograda vista con gli occhi di noi turiste. Ma un affronto anche per le splendide e forti Donne iraniane, per molte delle quali il velo è diventato il simbolo dell’oppressione civile e religiosa. Da affrontare e combattere.

Non nego che sia stata anche per me un’enorme tortura, sotto vari punti di vista. Ma accettare questo piccolo-grande compromesso, per un tempo in fin dei conti limitato, mi ha permesso di vivere un’esperienza stupenda.
Soprattutto di poterne parlare, una volta tornata, con cognizione di causa.
E alla fine posso decisamente dire che sì, ne è assolutamente valsa la pena!
Il popolo iraniano.
Eravamo in Iran da poco più di una settimana.
E già lo amavamo.
Avevamo visitato Teheran, Kashan ed Esfahan, la bellissima…tra palazzi sfarzosi, giardini stupendi e Moschee dalle mille maioliche blu.

Soprattutto, avevamo già iniziato a capire la gente, quanto fosse disponibile e speciale.
L’accoglienza del popolo iraniano ci aveva sorpresi. Mai ci saremmo aspettati tanti sorrisi, saluti e “Welcome to Iran” che grandi e bambini ci riservavano continuamente.
Spesso eravamo circondati da giovani che volevano praticare un po’ di inglese, da bambini che ci chiedevano foto e si mettevano nelle pose più strane!

Ed anche gli anziani ci salutavano con affetto, sfoggiando il loro sorrisi più ampi e sinceri.

Un popolo stupendo.
Non contavamo più i gesti di gentilezza ricevuti.
Ci hanno pagato taxi, bus, biglietti di ingresso a monumenti e parchi…
E noi continuavamo a ringraziare, stupiti ed estremamente lusingati da tante attenzioni sincere e disinteressate.
Io poi ero quasi “coccolata” dalle donne, che mi facevano mille domande, curiose di conoscere qualcosa sull’Italia e su mondi per loro così distanti ed affascinanti.
Mi davano consigli su come sistemare il mio Hijab per essere assolutamente alla moda e spesso mi regalavano fiori.
E mi parlavano delle loro vite, usanze e tradizioni. Della società maschilista in cui si trovavano a vivere ma che, a differenza di altre, dava loro la possibilità di studiare, lavorare o guidare la macchina.
Una società complessa, insomma, che noi non vedevamo l’ora di scoprire sempre di più.
Yazd
Così, a bordo di uno dei tanti Vip Bus che sfrecciano sulle strade iraniane, (sicuramente molto più comodi ed economici dei nostri) salutammo Esfahan per raggiungere Yazd.
La città di sabbia.
Sorprendente e totalmente diversa dalle altre visitate fino a quel momento.
Città che vanta oltre 3000 anni di storia, posizionata proprio al centro dell’Iran, fu nominata anche nel Milione di Marco Polo, come importante centro di produzione della seta.
Trovammo alloggio in una stupenda guest house, ospitata in una bellissima casa tradizionale, con un grande cortile centrale e le stanze tutte intorno, disposte su più piani. Tappeti e kilim a rendere calda l’atmosfera e a ricordarci che, sì, ci trovavamo davvero in Persia!
Salimmo subito sul tetto per osservare il panorama.
Di fronte a noi, la Moschea del Venerdì, con la sua forma slanciata, le maioliche blu ed i due Minareti (i più alti d’Iran) che svettano su tutto.

Bellissima soprattutto di sera, con un’illuminazione indaco che ne esaltava colori e sfumature.

E tutto intorno…un mare di sabbia dorata, la città vecchia!
Case basse, mura spesse, un vero labirinto di vicoli e cortili.
Io ne ero totalmente affascinata.
Mai prima di quel momento mi ero trovata in una città di fango, sabbia e paglia (un composto che viene chiamato Adobe).
Ed avevo quasi l’impressione che una folata di vento la potesse spazzare via da un momento all’altro. O che potesse all’improvviso sgretolarsi come i castelli di sabbia che, da bambini, costruivamo sulla spiaggia.

Ed invece era sempre lì, da secoli.
Girammo senza meta per giorni, lontani dalle strade principali e più affollate. Gustandoci ogni angolo, ogni cortile, ogni piccola bottega di mastri artigiani di cui la città vecchia era disseminata.
Soprattutto amammo i forni, che trovammo semplicemente seguendo il profumo che da lì promanava.
E ci gustammo il buonissimo pane iraniano, di cui ormai conoscevamo tipi e forme. Ed anche gli orari in cui veniva sfornato!
Era bellissimo osservare come cambiava il colore della città a seconda degli orari e dell’intensità con cui i raggi del sole colpivano le case. Una gamma di colori intensi, dal giallo, all’ocra fino quasi al rosso delle ore più calde.

Mi sentivo in una dimensione sospesa.
Una Terra ed una città antiche, che lottano per mantenere la propria identità in un mondo che corre veloce.
Torri del vento e qanat.
La vita a Yazd non doveva essere facile, soprattutto in passato.
Una città in mezzo al deserto, con un clima torrido per molti mesi l’anno.
Sembra uno scenario decisamente ostile per chi ci vive!
Ma proprio nelle difficoltà spesso si esaltano l’ingegno e la maestria degli abitanti.
E in questo Yazd è stata un esempio fin dall’antichità.
Osservando la città vecchia dal tetto della nostra guest house, avevamo notato delle costruzioni più alte, che svettavano in mezzo alle case.
Scoprimmo presto il loro nome, Badgir, “Torri del vento“, e io lo trovai subito molto poetico.

Erano il modo più naturale per rinfrescare le case nei mesi estivi, quando ancora non esistevano ventilatori o aria condizionata.
La loro forma, attraverso un gioco di temperatura e pressione, incanalava verso il basso i venti notturni che rendevano freschi gli ambienti, favorendo nel contempo la fuoriuscita dell’aria calda.
Per rinfrescare ulteriormente la casa, inoltre, erano previste una serie di vasche sotterranee che, riempite d’acqua, riuscivano anche ad umidificare gli ambienti.
Davvero ingegnoso!
Ma come ci arrivava l’acqua nel bel mezzo del deserto?
Attraverso una complessa rete di trasporto idrico: i qanat.
Tecnica antichissima, risalente all’antica Persia e poi diffusa un po’in tutti i Paesi della Via della Seta. Consiste nell’individuare una falda acquifera ed edificare una serie di pozzi, collegati tra loro da canali sotterranei.
Costruiti in leggera pendenza, questi ultimi permettevano all’acqua di defluire verso luoghi e città anche a grande distanza dal pozzo di partenza.
Insomma, il precursore delle nostre reti idriche!
Volete avere un’idea più precisa su come funzionavano qanat e torri del vento?
E allora visitate il Museo dell’acqua, ospitato in una bellissima casa nobiliare su più piani.
A noi piacque moltissimo, e fu un po’ come entrare nella vita quotidiana di una famiglia (ricca) di Yazd, di un po’ di tempo fa.
Nei pressi del Museo, si apre una grande piazza su cui si affaccia la splendida Moschea Amir Jalaleddin Chakhmaq, uno degli edifici più rappresentativi della città.

Bello nella sua semplicità, anche senza la maioliche e gli smalti della Moschea del Venerdì.
In totale armonia con il resto della città e suggestivo soprattutto di sera, con archi e minareti illuminati.
Lo Zoroastrismo
Ma Yazd non è solo splendide Moschee ed Islam, è anche e soprattutto il centro nevralgico di un’altra importante religione, lo Zoroastrismo.
È il culto dell’antica Persia, quello dei grandi re, Dario, Ciro e Serse.
Basato sugli insegnamenti del profeta Zarathustra, predica uguaglianza tra tutti gli esseri umani, senza distinzione di razza o religione.
Anche donne ed uomini sono uguali ed hanno gli stessi diritti sociali, ed ogni essere vivente merita rispetto.
Insomma, una religione di pace ed armonia tra uomini e natura.
E Yazd ne è uno dei centri più importanti al mondo.
Visitammo il Tempio del Fuoco, il luogo di culto di questa religione così antica.
Forse un po’deludente dal punto di vista architettonico ma sicuramente interessante per ciò che rappresenta.

L’ingresso del Tempio è sormontato dal “fravahar”, l’uomo alato, la parte divina dell’anima umana.
All’interno si trova il Fuoco Sacro, quello che secondo la leggenda, arde incessantemente da 1500 anni!
Il fuoco, simbolo di Dio, di purificazione dai peccati, di vita.
Suggestivo, sicuramente.
Ma forse l’aspetto che più mi colpì fu come lo Zoroastrismo affronta il momento della morte.
Il cadavere, considerato impuro, non deve contaminare alcun elemento, compresa la terra.
Ecco perché, tradizionalmente (ma questa pratica è stata vietata circa 60 anni fa), le salme venivano portate in alcune strutture poco fuori città, in pieno deserto, dove venivano lasciate in balia di intemperie ed animali.
Queste costruzioni si chiamano Torri del Silenzio e quelle di Yazd sono particolarmente famose e suggestive.
Noi le visitammo al tramonto, con la luce del sole calante che, illuminando la collina su cui sorgono, rendeva l’atmosfera ancora più particolare e d’effetto.

Era un luogo funebre, sacro, e noi lo affrontammo col giusto rispetto.
Rientrammo in città con un peso sul cuore. Ma, man mano che ci inoltravamo, le atmosfere cupe ed intense delle Torri del Silenzio lasciavano il campo alla vita di tutti i giorni, al traffico, al brulichio di gente vociante e sorridente.

Alla frutta venduta per strada ed alle file per comprare il buonissimo pane appena sfornato.
Un contrasto netto, che fa intrinsecamente parte di questa città, così affascinante ed interessante, sacra e popolare nello stesso tempo.
Una città che ha vissuto mille e mille storie diverse ed è ancora lì, con le sue case di sabbia e fango.

E quanta vita intorno!
Forse meno spettacolare di Esfahan o Shiraz, ma per me Yazd è davvero splendida.
Forse la più bella.
Vera, vitale, antica ma modernissima proprio nel suo essere così tradizionale.
È l’Iran che non ti aspetti ma che impari immediatamente ad amare.
E che speri, in fondo, non cambi mai.
Perché, nonostante tutto, nonostante i problemi e le difficoltà, è perfetto già così.
